Come già successo con Facebook risalta subito il divario con l’attuale conto economico che vede 422 milioni di dollari di ricavi nei primi nove mesi a cui fanno fronte 133 milioni di perdite. Un bilancio più consono a una start up che a una società quotata a Wall Street, ancor più se si considera il modello di business e il settore in cui opera, ma il precedente di Facebook ha ormai rotto ogni argine.
Proprio il paragone con il social network di Mark Zuckerberg è attentamente guardato dagli investitori, memori del sostanziale e dolo- roso flop dell’esordio in cui azionisti della prima ora come Goldman Sachs si liberaro-no delle azioni a scapito dei nuovi entranti, che dovettero aspettare mesi per rivedere la quotazione tornare ai 38 dollari dell’ipo di maggio 2012.
Anche nel caso di Twitter i motivi di preoccupazione non mancano. Nei primi nove mesi, infatti, le perdite hanno registrato un aumento ben più rapido del fatturato, mentre la crescita del numero di utenti è rallentata. Anche il modello di business, basato essenzialmente nella vendita di pubblicità mirate legate agli interessi esternati da ogni singolo utente in base ai propri tweet e alle persone che segue, è ancora da mettere a punto, seguendo fedelmente il percorso fatto da Facebook dopo l’esordio a Wall Street e quello della stessa Google, sebbene vi siano in quest’ultimo caso differenze sostanziali.
A rendere meno fosco il quadro sembrano però esserci anche premesse per evitare una débâcle borsistica, almeno a guardare dalle dichiarazioni dei fondatori e di altri soci della prima ora. Evan Williams, uno dei fondatori e primo azionista privato di Twitter, ha infatti dichiarato di non avere intenzione di disfarsi del suo 10% del capitale sociale. Nessuna intenzione di disfarsi del proprio 16%, almeno per il momento, anche da parte di Rizvi Traverse Management. I primi passi di Twitter a Wall Street dipenderanno quindi dalla capacità del management di tracciare un percorso credibile verso la profittabilità.






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